Ricostruire meglio. Ma che cosa, dove e per chi?
Due riflessioni a margine del convegno di Norcia del 29 ottobre 2026
Il convegno di ieri a Norcia sulla ricostruzione dopo il terremoto del 2016, molto interessante (grazie dell'invito rivolto alla Rete delle Professioni Tecniche Umbria), mi ha lasciato due riflessioni che non ho avuto modo di sviluppare nel corso dell'incontro. Riguardano due questioni apparentemente distanti: il destino dei borghi distrutti e l'enorme patrimonio di conoscenze che la ricostruzione sta producendo. In realtà, entrambe investono una responsabilità che va ben oltre la riparazione dei danni: quella di trasformare una tragedia in un'occasione di avanzamento della cultura dell'abitare e del costruire.
Ricostruire meglio non significa necessariamente ricostruire altrove
Il principio del Build Back Better, ormai entrato stabilmente nel lessico della ricostruzione, è difficilmente contestabile nelle sue intenzioni. Dopo una catastrofe non ci si può limitare a riprodurre le condizioni precedenti, comprese quelle che hanno contribuito alla vulnerabilità degli edifici e degli insediamenti. Occorre ricostruire meglio, rendere più sicuri gli edifici, più resilienti le infrastrutture, più consapevoli le comunità.
Ma questo principio, condivisibile nella sua formulazione generale, non può diventare una risposta automatica a problemi che hanno natura e dimensioni profondamente differenti.
La questione diventa particolarmente delicata quando non si tratta più di ricostruire un edificio, ma un intero insediamento. Castelluccio e Campi di Norcia, dei quali si è parlato durante il convegno, pongono proprio questo interrogativo.
Il tradizionale «dov'era, com'era» non è necessariamente la risposta giusta. Ma non lo è neppure la delocalizzazione integrale, adottata come soluzione tecnicamente più razionale. Entrambe le formule rischiano di nascondere, dietro la loro apparente chiarezza, la complessità di ciò che chiamiamo paese.
Un borgo non è soltanto un insieme di fabbricati, né una configurazione planimetrica che possa essere fedelmente riprodotta. È un sistema di relazioni tra edifici, spazi aperti, paesaggio, percorsi, attività e persone. La sua identità non risiede esclusivamente nella materia costruita, ma neppure può prescinderne completamente.
A Castelluccio la scelta di ricostituire la forma urbana attraverso un'infrastruttura tecnologica radicalmente nuova rappresenta, per certi aspetti, una terza via: non propriamente il «com'era», perché mutano profondamente le condizioni materiali e costruttive, ma neppure una delocalizzazione del borgo. È una soluzione ibrida, di grande interesse, che merita di essere osservata e valutata nel tempo, senza pregiudizi favorevoli o contrari.
Noi architetti, del resto, abbiamo il dovere di ricordare anche altre esperienze. Gibellina Nuova, nata dopo il terremoto del Belice del 1968, rimane un esempio particolarmente istruttivo. Un esperimento straordinario per l'ambizione culturale, il coinvolgimento di artisti e architetti, la volontà di costruire una città nuova. E tuttavia problematico nei suoi esiti urbanistici e sociali, nella capacità di restituire continuità alle forme dell'abitare e di produrre una vita urbana corrispondente alle intenzioni progettuali.
Non basta costruire una città perché questa diventi una comunità. E non basta riprodurre l'immagine di un paese perché quel paese torni a esistere.
Credo quindi che il principio da difendere sia quello di una valutazione rigorosa, caso per caso. Una valutazione nella quale la geologia, la sicurezza sismica e la sostenibilità economica siano condizioni fondamentali, ma non esauriscano il problema. Occorre considerare anche la morfologia insediativa, il valore del paesaggio, le relazioni sociali, l'accessibilità, le prospettive demografiche ed economiche, la disponibilità effettiva degli abitanti a tornare.
Decisioni di questa natura richiedono una governance adeguata, capace di integrare competenze differenti e di organizzare procedimenti partecipativi autentici. Non semplici consultazioni a valle di decisioni già assunte, ma processi nei quali le alternative siano effettivamente discusse, i loro costi e benefici resi comprensibili e le responsabilità delle scelte chiaramente individuate.
La partecipazione non sostituisce la responsabilità tecnica e politica, ma può renderla più consapevole e più legittima.
Soprattutto, dovremmo ricordare che ricostruire meglio non significa necessariamente costruire qualcosa di diverso. A volte significa proprio conservare ciò che sembra più difficile conservare.
Settantamila edifici: un immenso giacimento di conoscenza
La seconda riflessione nasce da un dato ricordato dall'ingegner Fagotti durante il convegno: circa 70.000 edifici interessati, nel complesso, dalla vicenda della ricostruzione.
Al di là della precisa delimitazione statistica di questa cifra e dello stato di avanzamento dei singoli interventi, si tratta di un ordine di grandezza impressionante.
Proviamo a guardarlo da un'altra prospettiva.
Non stiamo soltanto affrontando la riparazione o la ricostruzione di decine di migliaia di edifici. Stiamo producendo, attraverso un lavoro immenso di rilievo, diagnosi, progettazione, autorizzazione ed esecuzione, una conoscenza senza precedenti di una parte significativa del patrimonio edilizio dell'Italia centrale.
La componente geologica e geotecnica è evidentemente fondamentale. Ma altrettanto straordinario è il patrimonio informativo relativo agli edifici: le tecniche costruttive originarie, i materiali, le vulnerabilità riscontrate, il comportamento delle strutture durante il sisma, le trasformazioni intervenute nel tempo, le soluzioni adottate per il miglioramento o l'adeguamento sismico.
A questo si aggiungono gli interventi impiantistici, energetici, architettonici, il restauro degli elementi di pregio, il rapporto tra tecniche tradizionali e tecnologie contemporanee, i costi, le difficoltà di cantiere, gli esiti delle scelte progettuali.
In altri termini, disponiamo potenzialmente di un enorme laboratorio sul patrimonio edilizio esistente, forse uno dei più importanti mai realizzati in Italia per concentrazione territoriale, estensione e varietà delle informazioni.
Sarebbe un errore considerare tutto questo materiale soltanto come la documentazione amministrativa necessaria per ottenere e liquidare i contributi.
Il rischio è che una quantità straordinaria di conoscenze, prodotte con risorse pubbliche e con il lavoro di migliaia di professionisti, imprese e funzionari, rimanga dispersa in archivi separati, consultabile soltanto per la gestione delle singole pratiche e destinata, progressivamente, all'oblio.
Dovremmo invece immaginare una grande operazione pubblica di organizzazione, confronto e valorizzazione di queste informazioni.
Le università e i centri di ricerca avrebbero materiale sufficiente per programmi pluriennali di studio. Si potrebbero confrontare le prestazioni delle differenti tecniche di consolidamento, verificare nel tempo il comportamento degli edifici ricostruiti, analizzare i costi e l'efficacia delle soluzioni adottate, studiare l'integrazione tra sicurezza strutturale, conservazione architettonica ed efficientamento energetico.
Ma la ricerca scientifica sarebbe soltanto una parte del risultato.
Un patrimonio così organizzato dovrebbe alimentare una grande stagione di formazione continua per l'intera filiera delle costruzioni: architetti, ingegneri, geologi, geometri, restauratori, imprese, artigiani, produttori di materiali e componenti. L'esperienza accumulata in dieci anni di ricostruzione non dovrebbe rimanere confinata nei territori del cratere o nelle competenze di chi vi ha lavorato.
E dovrebbe diventare anche informazione accessibile ai cittadini. Perché la sicurezza degli edifici non è una questione riservata agli specialisti: riguarda la qualità della manutenzione, la consapevolezza del rischio, le trasformazioni che apportiamo alle nostre case e, più in generale, la cultura del patrimonio costruito.
In questo scenario vedo anche un ruolo importante per l'intelligenza artificiale.
Non come sostituto dell'esperienza professionale o del giudizio scientifico, ma come strumento capace di interrogare una quantità di documenti e informazioni che nessun ricercatore potrebbe esaminare individualmente nella sua interezza.
Immaginiamo di poter interrogare, con strumenti adeguati, un archivio strutturato dei progetti della ricostruzione. Potremmo individuare ricorrenze nelle vulnerabilità, mettere in relazione tipologie costruttive e interventi, confrontare soluzioni progettuali, costi, risultati e criticità. Potremmo formulare domande nuove su dati che già possediamo, ma che oggi non siamo in grado di leggere unitariamente.
Naturalmente, l'intelligenza artificiale non crea da sola la qualità delle informazioni. Occorrono dati attendibili, classificazioni coerenti, documentazione confrontabile, regole di accesso e tutela dei dati personali, oltre a verifiche indipendenti dei risultati. La qualità delle risposte dipenderà anzitutto dalla qualità delle domande e delle fonti.
Ma proprio per questo sarebbe opportuno cominciare ora, quando una parte rilevante del processo di ricostruzione è ancora in corso e sarebbe possibile organizzare la raccolta delle informazioni secondo criteri condivisi.
La ricostruzione del Centro Italia potrebbe così lasciare un'eredità molto più ampia degli edifici restituiti ai loro abitanti: una conoscenza sistematica e trasferibile, utile anche per la prevenzione, la manutenzione e la riqualificazione del patrimonio edilizio nazionale.
C'è, in fondo, un legame profondo tra le due questioni.
Nel decidere se e dove ricostruire un borgo, così come nel decidere come utilizzare le informazioni prodotte da decine di migliaia di cantieri, il problema è il medesimo: non confondere l'intervento materiale con il suo risultato civile.
Un edificio più sicuro è un risultato indispensabile. Un paese che torna a vivere è qualcosa di più. E una ricostruzione che insegna a un'intera società a conoscere e curare meglio i propri edifici potrebbe essere il risultato più duraturo di tutti.
Forse è proprio questo il significato più ambizioso del Build Back Better: non soltanto ricostruire meglio ciò che è andato distrutto, ma uscire dalla ricostruzione con una cultura del costruire migliore di quella con cui vi siamo entrati.
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