Contro la verdolatria

La città umbra, gli alberi e la differenza tra paesaggio e ambiente

Contro la verdolatria

La città umbra, gli alberi e la differenza tra paesaggio e ambiente

Chiunque abbia attraversato una città umbra a piedi conosce quel momento preciso in cui la pietra finisce. Si sale per un vicolo stretto, tra muri che trattengono il fresco anche d'agosto, si sbuca in una piazza che sembra scavata nella collina più che costruita sopra, si prosegue fino alla porta urbica e lì, oltre l'arco, la campagna si apre di colpo: oliveti, querce isolate, il fondovalle, i monti in lontananza. Pochi passi separano il mondo minerale da quello vegetale, e quei pochi passi non sono un difetto da correggere. Sono il progetto. La città murata è nata come contrazione deliberata dello spazio, come scelta di vivere stretti per difendersi, per incontrarsi, per lasciare la terra a chi la coltivava. La piazza non è un giardino mancato: è un'invenzione civile, il luogo dove la comunità si guarda in faccia, e la sua nudità di pietra è parte del suo significato.

Eppure da qualche anno avverto, nel dibattito pubblico, una specie di riflesso condizionato. Ogni spazio aperto viene guardato come un'occasione di piantumazione perduta, ogni pavimentazione come una ferita da rimarginare, ogni albero abbattuto come un piccolo lutto civile. Depavimentare, rinverdire, ombreggiare: parole diventate virtù in sé, a prescindere dal luogo in cui si applicano. Chiamo questo atteggiamento verdolatria, e lo distinguo con cura dalla sensibilità ecologica, che è altra cosa e merita rispetto. La verdolatria è il culto dell'albero (del verde) come oggetto astratto, separato dal suo contesto, dalla sua storia e soprattutto dal suo tempo.

Paesaggio e ambiente non sono sinonimi

All'origine dell'equivoco c'è una confusione concettuale che il nostro ordinamento, a ben vedere, aveva chiarito da tempo. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio definisce il paesaggio come territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni. Il paesaggio è dunque un fatto culturale, una forma sedimentata del rapporto tra una comunità e il suo suolo. L'ambiente è invece un insieme di equilibri fisici, chimici e biologici: aria, acqua, suolo, biodiversità. I due profili spesso coincidono, ma non sempre, e quando divergono occorre avere il coraggio di dirlo.

L'Umbria ne offre un esempio eloquente. Le formazioni forestali coprono oggi poco meno della metà del territorio regionale, ben al di sopra della media italiana, e la loro estensione è cresciuta di quasi un terzo in poco più di vent'anni: circa trecentomila ettari all'inizio degli anni Novanta, quasi trecentonovantamila nel 2015. Gli inventari non sono del tutto confrontabili tra loro, ma la direzione è inequivocabile, e il decennio misurato con metodo omogeneo conferma l'avanzata. Non si tratta di piantagioni lungimiranti: è in larga parte il bosco che si riprende i coltivi abbandonati, i terrazzamenti, i pascoli d'altura, le macchie un tempo governate a ceduo.

Sotto il profilo ambientale si può discutere se sia un guadagno (carbonio stoccato, habitat) o una perdita (omologazione, rischio d'incendio, scomparsa degli ambienti aperti). Sotto il profilo paesaggistico è spesso una cancellazione: il mosaico agrario che i pittori del Quattrocento hanno messo sullo sfondo delle loro Madonne si sta richiudendo sotto una coltre uniforme di roverella e orniello. E qui il paradosso si fa giuridico. Quando la ricolonizzazione supera le soglie fissate dal testo unico forestale (duemila metri quadrati, venti metri di larghezza media, una copertura arborea superiore al venti per cento) quel terreno diventa bosco, e in quanto bosco entra di diritto tra le aree tutelate per legge dal Codice. Il vincolo nato per custodire il paesaggio finisce per proteggere ciò che lo sta sostituendo. Il legislatore se n'è accorto, e ha previsto che le superfici abbandonate riconosciute come paesaggi rurali di interesse storico possano essere escluse dalla definizione di bosco per tornare all'agricoltura e al pascolo. Ma la valvola è stretta: presuppone un riconoscimento formale, affidato alla pianificazione paesaggistica, che raramente arriva, e lascia intatta la regola generale per tutto il resto.

Gli alberi, dunque, non mancano. In Umbria non sono mai stati così numerosi da secoli. Basta guardare le foto di un secolo fa e riconoscere l’aspetto spettrale delle nostre montagne. Ciò che manca è la capacità di distinguere dove servono e dove no.

Un obiettivo statistico non è un divieto

Il clima culturale ha trovato di recente un appoggio normativo nel Regolamento europeo sul ripristino della natura, il Regolamento (UE) 2024/1991, il cui articolo 8 chiede agli Stati membri di non registrare, fino al 2030, alcuna perdita netta di spazi verdi urbani e di copertura arborea urbana, e di avviarne poi l'aumento. È un obiettivo legittimo, e non ho nulla da obiettare al suo principio. Ma va letto per ciò che è: un saldo nazionale complessivo, misurato su grandi aggregati, che lascia agli Stati la scelta di dove e come conseguirlo. La stessa Commissione europea, interrogata sul punto, ha precisato che la norma non riguarda l'impatto dei singoli interventi.

Già circola, tuttavia, una lettura diversa, per cui nessun titolo edilizio potrebbe comportare la riduzione anche minima di verde o di copertura arborea. È la verdolatria nel suo stato puro: trasformare un bilancio statistico in un divieto puntuale, sottratto a ogni valutazione del luogo. Applicata a un centro storico umbro, questa logica è semplicemente assurda. Non tiene conto che lì il verde pubblico è per natura scarso, che la sua scarsità è un carattere storico e non una lacuna, e che il saldo si può raggiungere con ben altra efficacia nelle periferie, lungo i corsi d'acqua, nelle aree produttive dismesse.

L'albero è un essere mortale

C'è poi un aspetto che la retorica del verde tende a rimuovere, ed è forse il più semplice di tutti: gli alberi crescono, invecchiano e muoiono. Un platano messo a dimora davanti a una chiesa romanica è, il giorno della piantagione, un elemento gentile della composizione. Cinquant'anni dopo è una massa di venti metri che nasconde la facciata, oscura il rosone, rende illeggibile proprio il monumento che avrebbe dovuto incorniciare. Quante vedute storiche delle nostre città sono oggi accessibili solo d'inverno, quando le chiome si spogliano? Quanti coni visuali, che i piani paesaggistici dichiarano di tutelare, sono stati chiusi non da un edificio abusivo ma da un filare che nessuno ha avuto il coraggio di governare?

E sotto terra la questione è ancora più prosaica. Le radici sollevano lastricati, spezzano cordoli, invadono condotte fognarie e reti idriche, rendono costosa e a volte impossibile la manutenzione dei sottoservizi. Le alberature stradali piantate negli anni del dopoguerra, spesso con specie inadatte e in spazi angusti, arrivano oggi alla fine del loro ciclo con tutti i problemi di stabilità che questo comporta. Ogni stagione di vento forte porta con sé il suo bollettino di rami caduti, auto schiacciate, a volte vite perdute. Trattare l'albero come un'entità immortale, da preservare a ogni costo e per sempre, significa rinviare decisioni che poi si impongono da sole, nel modo peggiore.

Per una gestione razionale

Non propongo di abbattere, né di pavimentare: propongo di pensare, di misurare, di modulare. Il verde urbano dovrebbe essere trattato come qualsiasi altro patrimonio della città: conosciuto, censito, valutato, programmato. Questo significa sapere quanti alberi abbiamo, di che specie, in che stato di salute, con quale aspettativa di vita. Significa scegliere la specie giusta per il luogo giusto, tenendo conto delle dimensioni che raggiungerà fra mezzo secolo e non di quelle che ha nel vivaio. Significa programmare le sostituzioni prima che diventino emergenze, accettando che un abbattimento ragionato, accompagnato da una nuova piantagione nel posto adatto, sia un atto di cura e non un delitto. Significa, infine, riconoscere che in certi luoghi l'albero non deve stare: davanti alle facciate monumentali, nelle piazze che hanno senso solo come vuoto, lungo i coni visuali che costituiscono il valore stesso di un paesaggio urbano.

La città umbra ci ha lasciato una lezione di misura che oggi rischiamo di dimenticare. Ha saputo stare stretta per lasciare spazio alla campagna, ha costruito la pietra accanto al verde senza confonderli, ha governato il bosco per secoli tagliandolo e facendolo ricrescere. Quella misura non era indifferenza verso la natura: era conoscenza della natura, del suo tempo, della sua forza. È di quella conoscenza che abbiamo bisogno, più che di nuovi alberi.

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Scrivo di architettura, di diritto urbanistico, di paesaggio. E spesso lo racconto.
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