Ora recuperare è difficile …

Ora recuperare è difficile …

La recentissima sentenza del TAR sull’area Mignini Petrini Spigadoro rappresenta un’occasione per alcune prime sintetiche note, da approfondire sicuramente in futuro. Sulla sentenza in sé credo che non ci sia molto da dire: ha trovato e messo in luce gli aspetti contraddittori della condotta del MIC nel corso degli ultimi 8 anni e ha stigmatizzato l'assenza di motivazioni concrete su cui fondare l'apposizione del vincolo. Ferma rimanendo ovviamente la possibilità per il Ministero di ricorrere di nuovo in appello, oggi mi vorrei soffermare su alcuni punti a partire dalla realtà di fatto, ipotizzando che il Ministero accetti la sentenza.

Posto che l'intervento sul complesso Mignini Petrini Spigadoro non può essere a basso costo, né tattico, né agopunturale, né di urbanistica “fantastica” (quella che cioè non vuole mai fare i conti con la realtà), occorre capire che cosa fare di questa importante area della città.
E la discussione va impostata partendo da alcuni fondamentali, su cui spero si vorrà convenire con relativa facilità.

  1. Come architetto sarei il più felice del mondo ad avere un incarico da parte della committenza per ristrutturare un complesso come quello, un manufatto come quello. Tutti gli architetti che conosco farebbero la fila per un incarico simile.
  2. In generale il valore di un bene è tale se si è disposti a pagare qualcosa per ottenere quel bene. Non esiste un valore se non vi è modo di correlarlo a un prezzo, a un guadagno o a una perdita, non necessariamente e immediatamente economica. Anche se “la moneta è simmetrica”, come diceva Aristotele.
  3. La conoscenza di un fenomeno è essenziale per poter intervenire con precisione e adeguatezza. Anche il TAR stigmatizza la scarsa conoscenza del bene "in assenza di sopralluogo ...". Scarsa conoscenza che in questo caso rischia di essere letale.
  4. “La dimensione FA il problema” come dicevano i miei amati professori. Qui non parliamo del recupero di un piccolo edificio o di un monumento, per quanto preziosi possano essere. Qui basta immaginare il costo dei ponteggi necessari anche solo per tinteggiare il fabbricato per capire l'ordine di grandezza degli investimenti necessari.
  5. Il complesso immobiliare non versa in buone condizioni statiche. O meglio: avrebbe bisogno di una buona manutenzione straordinaria fin da ora, per evitare che il degrado del cemento acceleri e lasci scoperti i ferri d'armatura. Il corpo di fabbrica “silos”, che è il più importante e iconico, deve essere immaginato come una sorta di grande organo, in cui le circa 40 “canne” sono parallelepipedi di cemento di dimensioni medie di 3x3 m, alte tra i 27 e i 40 m. Il piano terra, piuttosto alto, è punteggiato da grandi pilastri e dagli "imbuti" di questi silos, che consentivano, per gravità, di scaricare grano o farine nei camion.
    Per questi parallelepipedi parliamo di una tecnologia del cemento armato degli anni '60, con qualità di ferri e di granulometria del calcestruzzo ancora tutti da verificare scientificamente, ma che ad occhio esperto dichiarano tutta la loro età.
    Il solo miglioramento sismico di questo edificio (e di alcuni altri, lì vicino), costerebbe centinaia di migliaia di euro. E parliamo di miglioramento, non di adeguamento: la differenza, lo dico per i profani, è che il miglioramento è più facile dell'adeguamento, che richiede invece la conformità alle normative antisismiche oggi vigenti. Chi è rimasto un po' colpito dall'intervento che è stato fatto nella vecchia sede comunale di Bastia Umbra, oggi dovrebbe immaginarlo moltiplicato per enne volte. Anche in termini economici. Immaginare un manufatto dotato di un esoscheletro e endoscheletro suppletivo di acciaio.
    E vado subito al punto: un intervento che voglia mantenere in piedi quell'edificio è impensabile senza una cospicua iniezione di soldi pubblici. Una bella trasfusione all’inizio e delle trasfusioni di mantenimento nel tempo.
  6. Se i silos di Mignini Petrini Spigadoro sono da salvare in virtù delle loro “qualità diffuse” (riconoscibilità, skyline, firma di un architetto prestigioso ma locale anch'esso), allora anche molti altri edifici lo sono. E dunque dobbiamo chiederci se siamo disposti a sobbarcarci, noi cittadini, questo onere aggiuntivo. Perché se adottiamo questo criterio, questa linea di condotta, noi dobbiamo salvare (cioè pagare), una lunga teoria di edifici di questo stampo. Solo a Bastia Umbra penso al Molino "Angelini" tra Via Roma e il Tabacchificio Giontella, analogo per funzioni. Ma basta ampliare l'orizzonte di qualche km per capire quale effetto domino si può innescare: i silos a Balanzano, quelli della strada della Madonna del Piano, Umbertide, Città di Castello ...
    Capisco che quell'edificio per alcuni, (per molti), può essere un valore. Comprendo gli affetti e il valore sociale di un luogo: non sono così cinico. Ma un valore è tale perché qualcuno è disposto a sacrificarsi per esso. Noi lo siamo? Siamo disposti a pagare per tenere in piedi un edificio oggi quasi del tutto inutilizzato? Perché la proprietà non è più disposta a farlo e quindi occorre trovare dei volenterosi …
  7. E ammesso che lo si voglia recuperare, quale uso immaginare per un edificio così, nato per essere inabitabile (Vedi Lacaton 1979)
    Uno dei primi che viene in mente è un centro espositivo, per opere d'arte. E sarebbe bellissimo: ma chi sono gli investitori? Non credo che un tale museo, a Bastia Umbra, troverebbe mai un suo punto di pareggio economico. Per far comprendere l'intervento anche a chi non è un tecnico, dobbiamo immaginare opere di rinforzo strutturale molto incisivi, scale, ascensori, impianti di condizionamento (la parete a sud raggiunge d'estate delle temperature insopportabili). Milioni di euro solo per l’acquisto del compendio immobiliare. Non so se il Comune avrebbe le risorse per acquistarlo, anche se dubito: forse solo la Regione o lo Stato. Ma con un obbligo di motivazione piuttosto forte …
    Per destinarlo a residenza o a uffici gli interventi anti-sismici sarebbero ancora più incisivi, dovendo “bucare” l'involucro esterno dei silos e dovendo quindi consolidare ancora di più la struttura. Oggi il costo di costruzione degli edifici nuovi (semplifico), si aggira sui 2000 euro a mq. Non c'è bisogno di essere imprenditori per capire che il costo di ristrutturazione per mq di solaio utile sarebbe pari a n volte quel parametro. Bastia Umbra non è Milano e il Bosco Verticale non è replicabile come modello imprenditoriale.
    Altri usi? Data storage? Ma metteremmo i nostri dati in una struttura che in caso di forte sisma è destinata a venire giù? I data storage noi cerchiamo di metterli (con ridondanza), in luoghi sicurissimi. Non penso sarebbe una buona idea.
    Forse uno dei pochi usi a cui possiamo pensare è quello vicino all'energia e alla logistica: a gravità, pannelli fotovoltaici, diavolerie eoliche, piastra di smistamento per droni, biodigestore o altro. Socialmente sostenibili?

Concludo: probabilmente abbiamo tutti perso tempo e soldi, contrapponendo due posizioni troppo lontane, con pretese impossibili poste dal MIC sia alla pianificazione comunale che alla proprietà. Senza alcuna ricaduta positiva sul dibattito culturale della città o della provincia, per restare in un ambito più misurato. Senza alcuna progressione (anche disciplinare), nell’urbanistica “terrena”, quella che ha il coraggio di applicarsi alla realtà del mondo. Anche nel caso avesse prevalso la linea del Ministero. Gli sforzi avrebbero dovuto invece essere tutti volti a migliorare il progetto, o almeno a creare le condizioni in cui potesse emergere un progetto. Abbiamo pensato a difendere l’alfiere quando la regina stava morendo nella ragnatela della peggior burocrazia. Ora si tratta di ripensare, in fretta, una nuova governance e un nuovo strumentario per ri-comporre un progetto fattibile sull’area attuale, che va velocemente degradandosi.