Vento colpevole
Credo che ci sia un’avversione particolare alla pale eoliche, …
Credo che ci sia un’avversione particolare alle pale eoliche, e che nasca da un fenomeno estetico-psicologico prima ancora che oggettivo. Preciso meglio: mi sembra che tra le varie forme del mix di fonti di produzione di energia rinnovabile (idroelettrico, fotovoltaico, agrivoltaico, eolico, termovalorizzatori, biodigestori, centrali nucleari), le pale scontino una durezza del giudizio estetico da parte di molti. Mentre insomma nel caso di centrali nucleari, termovalorizzatori, biodigestori, il giudizio (spesso negativo), si basa su fattori ambientali: particolato, odori sgradevoli, ecc., nel caso delle pale la valutazione si basa molto su criteri estetici. I fattori ambientali critici (rumore, impatto sulla fauna, ecc.), vengono lasciati insomma in secondo piano. Cerco di indagarne alcuni motivi, senza pretesa di esaustività, qui sotto. D’altra parte, pur leggendo molto, non mi è mai finora capitato di leggere una critica specifica di questo tipo. Chiedo anzi che mi vengano indicate.
Lasciatemi iniziare tuttavia con una frase di contestualizzazione, provocatoria. Sarebbe onesto infatti fare un paragone con i molini a vento di Trapani, di Kinderdijk, che pure ci piacciono. Perché quelli sì e le pale eoliche no? Com’è possibile che paghiamo per andare a vedere i Molini di Consuegra e che invece, in questo caso, pagheremmo per non averle?
Ho individuato al momento queste tre linee:
- la particolarità dei paesaggi umbri
- l’effetto “anfiteatro” dei paesaggi umbri
- la rottura dell’incantesimo
Le pale eoliche, da noi, vengono posizionate sui crinali, a differenza di quello che si può fare in Puglia, per esempio, sia nell’entroterra che offshore. D’altra parte il paesaggio umbro è composto molto da crinali ed è difficile trovare pianure così ampie da rassomigliare a quelle pugliesi. Anche nei baricentri delle nostre maggiori pianure, il paesaggio è definito (finito?) da orizzonti di tutti i tipi fuorché orizzontali. Questa cosa, che sembra una banalità, un truismo, ha invece a mio avviso qualche importanza.
E’ necessario capire ancora meglio in cosa differiscono le pianure pugliesi (o da altre simili, ovviamente), da quelle umbre. Mi verrebbe da dire, in prima approssimazione, che la differenza, come in molti fenomeni, è data dalla quantità: la dimensione FA problema. L’estensione delle pianure pugliesi si correla a quanto dicevo prima: la linea dell’orizzonte. La distanza infatti rende sempre più omogenea la curva dell’orizzonte.
Nel caso di pianure estese, la linea dell’orizzonte è spesso resa vaga dal pulviscolo atmosferico, dalla polvere, dal fumo, dalla sabbia e da altri elementi in secondo e in terzo piano, spesso anche alti, ma che l’aria ha “consumato”. Il limite tra cielo e terra non è sempre così preciso. Nel caso della pianura (pugliese o padana qui non fa differenza), l'orizzonte arriva a decine di km, se la nitidezza dell'aria lo consente. In Umbria, la linea dell’orizzonte è netta, lucida, chirurgica. La notoria pulizia dell’aria umbra (al di là di alcune aree urbane), fa sì che i volumi siano netti, siano sempre masse ben definite. E basta guardare la nostra architettura identitaria, fatta di volumi puri, in cui i rapporti di massa sono determinanti. Dove l'ombra, il vuoto, ha lo stesso valore del pieno. Non ho sufficiente sapienza e conoscenza per esaminare la pittura umbra nel corso dei secoli, e me ne dispiaccio: forse potremmo trovare una conferma in quello che vado dicendo. O una smentita. In Umbria la linea morbida e variegata dell'orizzonte sta in un raggio massimo di 5-6 km. Dove tutto è in proporzione, dove (quasi) tutto ha un rapporto di scala che lo collega agli altri elementi: una naturale euritmia. La luce dei paesaggi umbri è diversa da quelli salentini. Della luce in alto mare ovviamente nemmeno faccio parola.
Un altro elemento importante è l’aspetto psicologico del sentirsi in una “culla”, di sentirsi protetti dalle montagne, dal catino costituito dal sistema valle-orizzonte (la “Conca eugubina”: la denominazione dice già tutto!). L’Umbria è fatta di "stanze" paesaggistiche, di catini, di anfiteatri, e i cittadini umbri sono per la maggior parte nell’arena di questi anfiteatri. I borghi sono i cittadini illustri, le statue del Teatro Olimpico di Vicenza, che ci guardano e che chi forniscono un approdo sicuro quando vogliamo tornare alle origini. Ogni umbro ha un parente stretto che ha un po’ di olivi e una casa in campagna, probabilmente in collina. I paesaggi umbri sono tutti paesaggio dove l’uomo e la natura sono sempre stati in pace, dove è quasi tutto domestico.
Sull’orizzonte, dunque, finisce il nostro mondo. L’orizzonte curvilineo delle nostre colline o dei primi monti dell’Appennino sono le nostre colonne d’Ercole: illic sunt leones.
Vi è dunque una certa “arroganza” nell’erezione delle pale su quella linea. Innanzi tutto le pale rendono spurio il limite estetico della linea che separa il verde dall’azzurro. Lo “sporcano”. Non hanno la consistenza di una massa dignitosa, né sono sotto la soglia della percezione: sono un disturbo dello scivolare morbido dell’occhio su un profilo curvilineo.
Il secondo effetto è che le turbine palesano il fatto che il mondo non è finito sull’orizzonte, e quello che per noi è il paesaggio (la culla, la casa), viene declassato in territorio. E il territorio, allora, si sfrutta. La culla non solo non è più una culla, non è più la nostra stanza, ma lì, allora, ci sono altre stanze, altri mondi. E questa “rottura dell’incantesimo” avviene solo per motivi molto prosaici: le pale servono a tradurre vento in corrente elettrica.
Quello che poi si rimprovera a questi giganti, divenuti minacciosi, è il salto di scala da una parte e la loro sfacciata esibizione muscolare: la loro riduzione alla pura funzione.
Il salto di scala è simile a quello che succede quando una grande nave da crociera si avvicina al bacino di Venezia: percepiamo subito un qualcosa che non va. E forse le proporzioni sono quelle che salvano la permanenza e la gradevolezza dei Molini di Trapani o di Consuegra, appunto.
Non solo il salto di scala è sfrontato perché quelle altezze sfidano quasi le montagne su cui si adagiano, ma questa dismisura, questa sproporzione, avviene con il linguaggio crudo della tecnica, portata all’essenza: un fusto, tre esili pale che girano, il colore bianco ubiquitario. Nessuna concessione, nessuna gentilezza, nessun tributo ai luoghi, alla bellezza, ai monti, ai materiali. Le pale sono prodotti di design, costruiti da grandi aziende, che esportano in tutto il mondo quel prodotto: punto. Queste pale non sono nemmeno vele: sono profili alari ottimizzati per girare a una certa velocità e non altro.
Infine la consapevolezza della loro fragilità esistenziale. Nonostante siano giganti, sanno di essere “tollerati” finché funzioneranno. Lo sappiamo tutti che non sono “costruiti”, che non sono un monumento, che la durata non rientra nemmeno lontanamente tra le loro ragioni di concepimento. Non stanno lì per durare: resteranno lì 20 o 30 anni e poi saranno sostituite da altre pale, con un profilo alare diverso, con un rotore diverso. Nessuno spenderà per andare in vacanza a vedere questi molini.
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