LA ZES COME NORMA GENERALE

LA ZES COME NORMA GENERALE. Se la deroga diventa la regola, qualcosa nella regola non funzionava

Il 27 agosto, in un videomessaggio all’evento La Piazza di Ceglie Messapica, la Presidente del Consiglio ha ripetuto un’intenzione già annunciata alle Camere in aprile: estendere a tutto il territorio nazionale i meccanismi di semplificazione della ZES unica. Il dato citato a sostegno è un giro d’affari di sessanta miliardi generato nel Mezzogiorno, con una crescita superiore alla media nazionale. Il lavoro tecnico, a quanto risulta, si sta concentrando sulla componente procedimentale: conferenza di servizi accelerata, autorizzazione unica, sportello digitale. È la parte estendibile senza incontrare i limiti europei sugli aiuti di Stato, e quindi la parte politicamente più praticabile.

Chi istruisce pratiche per mestiere ha una reazione doppia davanti a questo annuncio. La prima è di consenso, e non è di maniera. La seconda è un disagio che merita di essere esplicitato, perché riguarda l’architettura complessiva del nostro ordinamento e non il singolo procedimento.

Comincio dal consenso.

Il modello ZES funziona, e funziona per ragioni tecniche identificabili, non per un generico effetto annuncio. L’autorizzazione unica assorbe in un solo titolo una pluralità di atti di assenso che nel regime ordinario restano distinti, sequenziali e reciprocamente condizionati. La conferenza di servizi opera con termini realmente perentori, non con quelli che la prassi ha trasformato in termini ordinatori. Esiste un’amministrazione procedente unitaria, oggi incardinata nel Dipartimento per il Sud presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, capace di superare l’inerzia di un ente senza che l’operatore debba andare davanti al giudice amministrativo. Vale la pena precisare questo passaggio, perché la governance è cambiata di recente: l’art. 9-bis della legge 147/2025, di conversione del D.L. 116/2025, ha soppresso la Struttura di missione ZES trasferendone funzioni, risorse e rapporti al Dipartimento per il Sud, che le succede a titolo universale. Il nome resta in uso nella prassi, ma l’autonomia organizzativa non c’è più. Presi insieme, questi elementi spiegano perché nelle regioni interessate i tempi si siano effettivamente accorciati. Non è propaganda: è ingegneria procedimentale che produce i risultati che ci si aspetta da essa.

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Scrivo di architettura, di diritto urbanistico, di paesaggio. E spesso lo racconto.
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