La sulla

La sulla

La sulla ha dei bei fiori viola, o meglio tra il viola e il rosso. Un viola intenso, vellutato, "caldo", insomma, anche se può apparire un po' strano. E’ una pianta erbacea che vive due o tre anni e che piace molto alle pecore e ai cavalli. I fiori sono riuniti in una specie di grappolo, ma quasi verticale. Ha le foglie non molto grandi (come un pollice, al massimo: più spesso l’ultima falange di un dito), tondeggianti, di un bel verde intenso, con una leggerissima tonalità differente sulle due facce della foglia. Queste foglie, tenere e carnose, sono quelle che piacciono agli animali. Cresce su terreni freschi.
Perché mi dilungo sulla sulla? (Fa un po' ridere questa ripetizione, ma mi è sempre piaciuta: sulla sulla.) Perché sebbene non la coltivassimo scientemente, cresceva abbondante nei nostri campi e quindi la tagliavamo contenti quando era il tempo di falciare il fieno. Solo che quando cresce un po’ troppo, ha il gambo molto forte, e quando si asciuga diventa quasi legnoso. Se non si taglia quando è fresca, il rapporto tra la foglia e il gambo aumenta tutto a favore di quest’ultimo, con grande scorno degli animali che, infatti, nella greppia, lo lasciano, quasi a dire “Noi questa schifezza non la vogliamo: mangiala tu, se ci riesci”. Il suo gambo duro e rinseccolito faceva dunque diventare le “presse” di fieno degli oggetti inavvicinabili. Le "presse" di fieno erano, prima che prendesse piede la tecnologia delle “rotopresse” o “rotoballe”, dei parallelepipedi di fieno pressato che, sui lati lunghi, di fianco, presentavano il taglio netto del fusto e quindi erano un po' non dico urticanti, ma "respingenti" sì. Il fieno pesa molto più della paglia (i cittadini li confondono, ma sono notevolmente diversi), e quindi per spostare le presse di fieno e per caricarle sul pianale del rimorchio ci si aiutava spingendo in avanti e in alto con le gambe e con le cosce, coordinando tutto il corpo per aiutarsi nel lancio. E anche ad avere i pantaloni lunghi (i migliori sono i jeans), a fine giornata le gambe erano martoriate, graffiate e scorticate dai fusti, ormai lignificati, della sulla. Ma io, che ho sempre odiato i jeans, perché troppo aderenti, e che quindi non mi permettevano di provare il mawashi-geri (calcio alto), o anche un più modesto yoko-geri (calcio laterale), andavo spesso con i calzoncini corti. Alla sera le gambe erano completamente graffiate, ma non me ne curavo: pensavo già al sottile piacere di togliersi le croste di queste piccole ferite il giorno o i giorni seguenti, seduto su un gradino di casa, all'ombra. Queste modeste escoriazioni erano un segno distintivo: quando giocavamo al pallone guardavo sempre le gambe dei miei amici, che mi parevano effeminate: tutte bianche e senza alcuna traccia di una vita "maschia", fatta di piccole ferite, lividi, accidenti. Di cadute.