Hyperspace


L'unica possibilità di ingannare un po' il tempo era passare al bar di Via Flaminia e giocare 100 lire a "Iperspazio". Cento lire era il mio budget massimo, anche se il gioco mi intrigava tanto: una navicella verde triangolare e piatta, simile a quella che oggi è l'icona del navigatore, che poteva sputare a raffica missili contro gli asteroidi che viaggiavano nello spazio nero e profondo del monitor. La grafica era solo questa scena, in cui un navicella bianca doveva frantumare questi sassi bianchi che viaggiavano a grande velocità e che, anche se frantumati, potevano colpirti. Se vedevi che non avresti fatto in tempo a scappare o girarti e sparare, potevi premere un tasto (Iperspazio, appunto), che ti faceva scomparire all'istante da lì e ricomparire a caso in un'altra posizione dello spazio. Dovevi subito capire dove eri "ricomparso" perché il rischio di essere colpito dagli asteroidi frammentati aumentava con il progredire del gioco. Mi piaceva molto e mi immaginavo proprio perso nello spazio a sparare a questi asteroidi e a occasionali navicelle aliene, solo contro tutti. Carlo era bravissimo e soprattutto velocissimo a premere il tasto Iperspazio anche più volte di seguito. E ovviamente più eri bravo e più tempo potevi giocare, con tre navicelle a disposizione. Quando salgo in quelle macchine che adesso hanno un grande schermo con il navigatore (la navicella è diventata solo azzurra, ma è sempre quella), mi viene sempre da ridere (ma non lo dico a nessuno: sono un architetto serio!): avrei voglia di toccare dei tasti, girare, sparare e fare "Iperspazio"!