Apologia dei muri

Amo i muri. So di andare controcorrente: …

Forse è perché la mia mano ha tracciato migliaia di sezioni, o forse perché resto convinto che l'architettura non sia nata con la capanna, ma con l'invenzione del muro. Amo i muri. So di andare controcorrente: il mainstream contemporaneo predilige la trasparenza assoluta, l'indistinto, il continuum spaziale che nega la tettonica. Ma senza muro non c'è limite, e senza limite non c'è spazio.

La negazione del muro è, in termini architettonici, la negazione dell'identità del luogo. Se tutto è aperto, nulla è definito. Il confine non è una barriera, è una soglia: è quel punto di tensione dove lo spazio interno acquista un senso rispetto all'esterno. La liquidità spaziale che ci viene imposta oggi ci rende forse più "liberi", ma certamente più nudi, privi di quell'ancoraggio che solo la massa e la partizione sanno dare alla nostra presenza nel mondo.

Mi chiedo se questa ricerca di una trasparenza totale non sia in realtà una fuga dalla responsabilità del progetto. Progettare un muro significa prendersi carico di una scelta: definire cosa sta "dentro" e cosa sta "fuori". Significa riconoscere le radici tettoniche del costruire.

La violenza architettonica non nasce dalla presenza del muro, ma dalla sua cattiva progettazione, dalla sua sordità rispetto al contesto. La creatività umana non si esprime nell'abbattimento indiscriminato dei limiti, ma nella capacità di abitarli. Dalla rigidezza del muro romano alla complessità della facciata moderna, il confine è sempre stato il luogo della massima espressione stilistica e tecnica.

Il muro definisce un'appartenenza. Varcare una soglia deve avere un costo spaziale, deve essere un atto rituale. Non può essere un semplice "passo in più" nell'indifferenziato. Entrare in una casa, o in un paesaggio antropizzato, deve significare confrontarsi con una cultura materiale, con una sezione che racconta una storia di climi, di luci e di materiali.

L'identità di un luogo è fatta di spessori, di ombre portate, di gerarchie spaziali. Chi abita uno spazio deve accettarne le regole geometriche e tettoniche. Integrare tutto in un unico piano infinito è un'illusione che nega la bellezza della diversità architettonica. Il futuro, forse, non è nell'abbattere i muri, ma nel riscoprirne la nobiltà come strumenti di definizione dell'umano.

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Scrivo di architettura, di diritto urbanistico, di paesaggio. E spesso lo racconto.
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